Come nasce un pezzo unico

Quando qualcuno mi chiede come ho realizzato un paio di orecchini o una collana, comincio spiegando la scelta dei colori e dei materiali oppure accennando alla tecnica del concatenato.
In realtà, il mio stile va oltre la semplice ricerca di combinazioni e procedimenti.
Non seguendo alcuno schema, i miei metodi sono difficili da illustrare.

La prima regola del laboratorio Marjmò è infatti l’assenza di regole. O meglio, di restrizioni. Solo così do alla luce un pezzo unico, ossia un gioiello che non abbia mai avuto e mai avrà eguali. In questo articolo cercherò di spiegarvi come si concepisce un prodotto esclusivo.

Il primo requisito: la voglia di unicità

Il fatto che io non voglia darmi limiti né vincoli nel mio lavoro non significa che i miei standard siano facili da soddisfare.

Anzi, pretendo molto da me stessa.
Mi sono resa conto che lavorare sul pezzo unico comporta la difficoltà di non poter sfruttare quanto ho già conosciuto ed appreso in una creazione precedente.

In sintesi, ogni volta devo partire da zero.
Se è vero che questa condizione entusiasma il mio estro creativo, d’altro canto si rivela molto dispendiosa in termini di energie mentali e di tempo.
Chi rinuncia a percorrere sentieri già battuti gode del fascino dell’esplorazione, ma deve avere la pazienza di aprirsi il passaggio da sé.
Nel mio caso, penso che la soddisfazione di realizzare qualcosa di assolutamente originale ripaghi sempre lo sforzo investito.
Ecco perché l’orientamento ai pezzi unici non smette di caratterizzare lo stile dell’Atelier Marjmò.
Potete stare certi che non mi arrenderò mai ai vantaggi di una produzione in serie, per quanto potrebbe rivelarsi più commerciale.

La ricerca del pezzo unico è per me più che una scelta: è un’esigenza.
Non sono il tipo da accettare una soluzione che argini la mia creatività e la mia fantasia, costi quel che costi.
La verità è che ho bisogno di seguire un’ispirazione, non un libretto di istruzioni.

Saper sperimentare e saper aspettare: così si trova l’ispirazione

Non avere schemi vuol dire anche non avere disegni.
Le idee che ho nella testa non le replico mai sulla carta.
Se mi affascina un tipo di pietra, o una tonalità particolare di colore, io provo a combinarli, aspettando i consigli che mi detta l’immaginazione.
Io scelgo di non programmare nulla.
Nel mio laboratorio ci sono pietre che attendono persino mesi prima di trovare il loro impiego. Infatti, non acquisto materiali in base alla necessità, ma sull’onda dell’emotività, quasi assecondando un presentimento.
Così nasce la mia ispirazione: da un’intuizione lasciata a decantare.

Ad esempio, ho recentemente comperato dei fili di giada, con l’idea di realizzare dei bracciali. Probabilmente passeranno settimane prima che queste creazioni vedranno la luce.
Ad ogni modo, io non mi sforzo di cercare la combinazione giusta per i miei materiali, ma aspetto che siano loro a trasmettermi qualcosa, accostandoli e mescolandoli.

Lascio a loro tutto il tempo necessario per suggerirmi una soluzione che non ho mai visto, o che forse non ho neanche mai avuto in mente.
E se poi si fa avanti una soluzione nuova, migliore di quella precedente, non ho paura di disfare tutto e ricominciare da capo.
È la legge del pezzo unico, per la quale sperimentare è d’obbligo e pazientare è necessario.

Ascolto, preparazione ed un po’ di improvvisazione

 

Vi ho spiegato come il rifiuto dei modelli esistenti sia il primo passo per poter lasciare spazio alla fantasia e alla voglia di sperimentare, sperimentare in continuazione!
Abbiamo anche visto come l’ispirazione abbia i suoi tempi e necessiti delle sue libertà.
Resta comunque necessario saper coltivare uno spirito di improvvisazione.

Non basta acquistare delle pietre sfuse o su filo per avere poi l’ispirazione giusta.
L’ispirazione va saputa ricercare.
Quello che voglio dire è che non avere regole non significa non avere preparazione.
Per imbastire un gioiello occorre conoscere delle tecniche ben precise, sapendo innanzitutto valutare gli aspetti cromatici delle diverse pietre.

Tuttavia, è per me altrettanto importante saper osare, persino con accostamenti portati al limite. Un pezzo unico si riserva ad una persona speciale, che sia unica come il gioiello che andrà ad indossare.
Ecco perché realizzare a mano un pezzo unico richiede anche una certa dose di versatilità.

Una volta creato un gioiello, mi accade spesso di dovergli poi apportare diverse modifiche per adattarlo alle esigenze del futuro proprietario.
Infatti, un pezzo unico è anche un’espressione emotiva: ognuno di noi deve sentirsi libero di interpretarlo a suo modo e, ne sono sicura, per ognuno di noi esiste quello giusto, che ci fa sentire completi. Per questo motivo io scelgo di dedicare molto tempo all’ascolto della mia cliente, prestando attenzione alla sua storia e parlando con lei dei suoi desideri e delle sue necessità.

Per una donna creativa come me, questo momento è importante almeno quanto lo è per la mia cliente o per chi è venuto a cercarle il regalo perfetto.
Non esiste per me soddisfazione più grande del vedere i desideri di un’altra persona concretizzarsi in una delle mie creazioni.

Il gioiello Marjmò non è quindi una cosa da tenere nel cassetto o nel portagioie.
Il mio pezzo unico indossato ed interpretato è fatto per trasformarsi in un pezzo unico personalizzato, il traguardo finale a cui tende tutto il mio lavoro.